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Non solo Lesbo, la situazione di rifugiati e richiedenti asilo in Grecia

Nel Mondo

Negli ultimi mesi si parlato molto della situazione di rifugiati e richiedenti asilo nelle isole della Grecia, in particolar modo a Lesbo, dove a inizio settembre il campo profughi di Moria è stato devastato da un incendio che ha lasciato migliaia di persone in condizioni di vita ancora più precarie.

Ma le condizioni di vita dei profughi a Lesbo si ripropongono – in scala minore – anche nella Grecia continentale e sono l’emblema di una gestione dell’accoglienza securitaria e spesso priva di reali percorsi di autonomia e inclusione.

Secondo i dati UNHCR, fino a novembre 2019 la Grecia ha accolto 186.000 rifugiati e richiedenti asilo, di cui 5.000 minori.

Nella maggior parte dei casi il punto di arrivo dei profughi sono state le isole egee, molto vicine alla Turchia e più facilmente raggiungibili. Su cinque di queste ( Lesbo, Chio, Samo, Lero e Coo) sono stati creati dei centri per l’accoglienza e l’identificazione (nati in seguito all’approccio hotspot nel 2015) che dovrebbero fungere da luogo di smistamento.

Quello che succede, però, è che da luoghi di permanenza temporanea questi centri diventano posti in cui i migranti sostano per lunghi periodi e dove le condizioni di vita sono estremamente precarie.

In questo senso, il campo di Moria a Lesbo è estremamente esemplificativo di un disastro umanitario e politico che però si replica anche all’interno della stessa Grecia continentale. Anche qui, infatti, i centri nati idealmente come luoghi di passaggio diventano posti in cui richiedenti asilo e rifugiati rimangono per diversi mesi, senza però avere normali condizioni di vita né percorsi di inclusione nella società.

Si tratta di luoghi spesso distanti dai centri abitati e a volte senza collegamenti pubblici diretti, senza accesso ai servizi di base come ospedali e farmacie (solo una minoranza dei 30 centri presenti in Grecia ha un ospedale nel raggio di 5 km) e dove chi vi abita vive costantemente sotto controllo e appeso ad un filo.

È in questo contesto che da alcuni mesi opera One Bridge To Idomeni.

OBTI è un’associazione veronese nata nel 2016 sull’onda di ciò che stava accadendo a Idomeni, quando migliaia di profughi restarono ammassati ai confini fra Grecia e Macedonia. «Ora non lavoriamo più lì, ma per noi Idomeni è un paradigma che si replica anche in altre parti d’Europa», ci spiega Jacopo Rui, responsabile dei progetti internazionali per OBTI. «Abbiamo lavorato a Idomeni, poi in Bosnia e adesso siamo in Grecia, in particolare ad Atene e a Corinto».

I due luoghi non sono casuali: a Corinto è stato aperto nel 2019 un centro di transito per richiedenti asilo e rifugiati, nato anch’esso per allentare la pressione sulle isole. «Questo campo non ha le strutture adeguate per far vivere persone per lunghi periodi, eppure abbiamo potuto vedere che circa 1000 persone continuano a vivere lì per mesi in modo logorante e forzato», commenta Jacopo, «È per questo che qui abbiamo abbiamo aperto un Community Center, dove da quest’estate abbiamo iniziato a dare lezioni di inglese a circa 200 persone, grazie alla collaborazione con le associazioni Vasilika Moon e Aletheia RCS».

Percorsi di alfabetizzazione all’interno del Community Center di Corinto – Foto presa dalla pagina Facebook di OBTI

Accanto a questo centro, proprio in questo periodo le associazioni stanno lavorando per aprire un secondo spazio, che sia dedicato ad altri tipi di attività e servizi (da internet point a sportello legale e medico a libreria). Lo scopo è anche quello di «ricucire lo strappo che c’è fra i migranti e la popolazione locale» che in qualche modo sta già funzionando, dal momento che diverse persone del posto hanno iniziato ad avvicinarsi al centro e a offrirsi per dare una mano.

Ad Atene, invece, l’impegno di OBTI è in strada, dove grazie alla collaborazione con altre organizzazioni sul territorio vengono distribuiti aiuti mandati dall’Italia. Proprio giovedì 12 novembre, infatti, è partito un “SolidaritTIR” con 11 tonnellate di aiuti umanitari.

«Abbiamo iniziato questo tipo di intervento quando il governo greco ha tagliato i fondi per i programmi di inserimento di rifugiati e richiedenti asilo, annunciando lo sfratto di circa 10.000 persone dalle case in cui erano alloggiate», spiega Jacopo.

Si trattava dei fondi del programma ESTIA, che permetteva a questi migranti di iniziare un percorso di autonomia e inclusione anche grazie all’accoglienza diffusa in appartamenti, alberghi o case e – dunque – alla sicurezza di una casa.

«Tantissime persone senza più una casa in quei giorni si sono riversate a Victoria Square, ad Atene, dove c’è stata una vera e propria emergenza; adesso non è più così, ma la condizione di vita strutturale di molti di loro non è cambiata e per questo continuiamo a sostenerli».

In Grecia, infatti, le condizioni di vita di richiedenti asilo e rifugiati sono determinate dalla gestione dell’accoglienza e dalle scelte governative, non certo dal grande numero di arrivi.

I dati, infatti, parlano chiaro: nel 2020 sono arrivate circa 14.400 persone, nettamente inferiori alle 74.613 del 2019 e alle 50.508 del 2018. Eppure, la situazione nel corso dell’ultimo anno non è affatto migliorata.

Del resto, l’approccio emergenziale e securitario di un fenomeno che invece è strutturale parla chiaro: la fortezza Europa è costellata di frontiere che uccidono, dal Mediterraneo ai Balcani, e che continuano a creare esclusione anche all’interno degli stessi Stati. Come il caso della Grecia dimostra.