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Quando il mondo va in vacanza

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Quando il mondo va in vacanza, le guerre finanziate dall’Unione Europea e le migrazioni forzate vanno avanti. Così come la vita di molti prosegue ogni giorno uguale a sé stessa all’interno dei luoghi di detenzione fatti per “proteggere” la fortezza Europa. Che siano i lager libici o i Cpr italiani, poco cambia.

Ingiustizie e disuguaglianze continuano a riprodursi, esacerbate e allo stesso tempo silenziate dalla crisi del covid19. Quest’ultima, assieme alla pausa estiva, rende tutto più facile per i governi europei, complici consapevoli di tutto questo.

Nel solo mese di luglio, secondo i dati del Viminale, in Italia sono sbarcati 6.760 migranti. Questo è il numero di quelli che ce l’hanno fatta.

Dall’altra parte ci sono i morti (per ora circa 70 dall’inizio dell’anno, secondo l’UNHCR) e quelle 6.200 persone che sono state intercettate dalle forze libiche e riportate nei centri di detenzione (sempre secondo i dati UNHCR). A tutti loro, vanno aggiunti i dispersi, coloro di cui non si ha più notizia e che non riescono neanche ad arrivare sotto forma di numero sulle pagine dei nostri giornali.

Continuano le torture all’interno dei lager libici, finanziate anch’esse dagli accordi Italia-Libia confermati dalla Camera il 16 luglio scorso.

Continuano ad arrivare migranti nel campo di Moria, nell’isola di Lesbo, dove i migranti vengono bloccati nella loro fuga dalla guerra, soprattutto dal Medio Oriente. In questo campo, progettato per accogliere 3.000 persone, oggi vi sono circa 20.000 migranti, che vivono in condizioni igieniche e psico-fisiche terribili e sotto la costante minaccia di violenza da parte di gruppi fascisti. Persone in attesa di un giudizio, nella speranza di poter entrare in quell’Europa che volta loro le spalle.

Continuano a provare ad attraversare il confine italo-francese i migranti a Ventimiglia, dove pochi giorni fa ha chiuso il campo Roya, realizzato dalla prefettura e gestito dalla Croce Rossa, unico presidio istituzionale in sostegno ai migranti transitanti. È un rimbalzo continuo alla frontiera: attraversamento, respingimento da parte della polizia francese, nuovi tentativi, strategie. Niente è cambiato.

Se è sembrato che il covid in Occidente avesse fermato tutto, dunque, lo stesso non si può dire per chi fugge dalle guerre. Che non si sono bloccate, così come le armi hanno continuato ad essere prodotte e vendute dagli Stati dell’Unione Europea.

Basta guardare a pochi passi da noi, dove la Turchia sta conducendo una guerra spietata contro il popolo curdo. E lo sta facendo anche grazie all’Italia, che nell’ottobre 2019 ha esportato armi e munizioni in Turchia per 25,8 milioni (dati Istat).

Anche con queste armi e grazie a questi soldi, non cessa la guerra in Siria, che nel 2020 è entrata nel suo decimo anno. Ad oggi si contano 6 milioni di sfollati interni e 5,5 milioni di persone fuggite dal paese.

Allo stesso modo la vendita di armi a paesi quali l’Egitto o il Turkmenistan (fra i primi acquirenti di armi italiane) fomenta nuove repressioni, nuovi conflitti e nuove migrazioni che mettono su un pericoloso cammino ogni giorno centinaia di persone.

La crisi pandemica non ha cambiato tutto questo (e tanto altro che non si è detto). Per queste persone la vita è sempre la stessa, terribilmente identica a prima. E mentre in Occidente è arrivata l’estate, il loro inverno non si è ancora concluso.

Noi possiamo fare solo una cosa: non dimenticarcene. Continuare a informare e informarci e ricordarci, fra un bagno e un altro, che anche la parola ha la sua forza. E va usata.