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Regolarizzazione, i rischi sulle spalle dei migranti

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Lo scorso 13 maggio è stato approvato il Decreto Rilancio e al suo interno un provvedimento per la regolarizzazione di una parte di immigrati irregolari presenti sul territorio italiano.

Il governo ha presentato questa misura come un importante momento di regolarizzazione di numerose persone e di emersione del lavoro nero e lotta al caporalato.

In realtà, però, la norma, proprio per come è stata concepita, è uno strumento volto a sopperire al bisogno da parte dello Stato in alcuni settori (quello agricolo e il lavoro di cura).

Il decreto infatti è stato criticato da numerose organizzazioni del settore, che hanno denunciato come anche in questo caso il migrante sia stato concepito semplicemente come un ingranaggio da rimettere in moto all’interno del sistema di produzione nazionale. Più che un essere umano, è diventato braccia da regolarizzare e poter sfruttare.

Cosa prevede la regolarizzazione dei migranti nel decreto Rilancio

Secondo la norma, i migranti irregolari possono richiedere la regolarizzazione in due modi.

Il primo è attraverso una richiesta del datore di lavoro che, versando 500 euro, può regolarizzare il lavoratore, che in questo modo avrà un permesso di soggiorno per motivi di lavoro per il tempo di durata del contratto.

Il secondo è dimostrare di essere in Italia da prima dell’8 marzo e di aver lavorato in uno dei seguenti settori: agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse; assistenza alla persona per se stessi o per componenti della propria famiglia; lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare. Questa seconda procedura darà all’immigrato la possibilità di ottenere un permesso di ricerca di lavoro di 6 mesi.

Tutti gli altri sono esclusi: immigrati da sempre senza documenti e mai identificati sul territorio italiano o semplicemente persone che hanno svolto un altro impiego che poi è venuto a mancare con il lockdown – con in alcuni casi la perdita del permesso di soggiorno per motivi lavorativi.

Non è ancora chiaro se un permesso di soggiorno ottenuto per motivi lavorativi tramite questo decreto potrà essere confermato anche dopo i 6 mesi qualora un migrante riuscisse ad avere un contratto in un altro settore. Mentre è evidente il legame del permesso di ricerca del lavoro e i settori definiti dal decreto: «Sono stati vincolati ai settori che in questo momento hanno bisogno di manodopera», spiega Gianluca Dicandia, avvocato e attivista del Csa Astra e Lab Puzzle, a Roma, oltre che della Casa dei Diritti Sociali. «Un po’ come avviene con i decreti flussi che selezionano in base al bisogno: in questo caso i migranti hanno fatto da tappabuchi ad una carenza che non si riusciva a sopperire».

Le problematicità di questa regolarizzazione da un punto di vista legale

Le ambiguità e le problematicità di questa norma – che dovrà essere convertita in legge entro 60 giorni – sono molte.

«Non vediamo di buon occhio questa sanatoria, sia dal punto di vista pratico che ideologico», continua Gianluca Dicandia.

«Da una parte è stato inserito un meccanismo perverso, per cui si chiede ai datori di lavoro che intendono regolarizzare i migranti di versare 500 euro: quello che succede è che i datori di lavoro chiedono questi soldi alle persone che vogliono essere regolarizzate, a volte anche di più, sfruttando la loro disperazione». Il rischio, dunque, è che questa norma incentivi proprio quello che si prefiggeva di contrastare, e cioè lo sfruttamento dei lavoratori e gli «accordi sotto banco». Una cosa che già si sta verificando fra i braccianti.

Dall’altra ci sono dei punti che stridono fortemente con i principi del garantismo alla base del nostro sistema giuridico: «Non potrà usufruire di questa norma chi è stato condannato in primo grado (e quindi non in via definitiva) ». Questo vale a dire che un immigrato in questo momento condannato in primo grado rimane comunque escluso dalla regolarizzazione, anche se fra un anno potrebbe essere giudicato innocente.

Come questa regolarizzazione incide sulle vite dei migranti

Oltre ad esporre ancora di più queste persone al rischio di sfruttamento, la norma sulla regolarizzazione incide fortemente sulle vite dei singoli migranti che potrebbero farne richiesta.

Gianluca ci spiega come in molti casi questo riguardi anche i richiedenti asilo: «Chi ha fatto la richiesta di protezione internazionale sta valutando e deve fare questa scelta in pochissimo tempo: aspettare il parere della commissione, rischiando un esito negativo, o cercare di ottenere qualcosa di sicuro anche se per soli sei mesi? Sono persone che vivono con molta ansia a causa della loro possibile irregolarità e che potrebbero fare scelte anche sbagliate per impazienza».

La brevità della misura, infatti, è qualcosa che rischia di rigettare queste persone nell’incertezza non appena il periodo di lavoro (e sfruttamento) sarà finito.

Cosa dicono le associazioni del basso

Le associazioni del settore, riunite nel Tavolo Asilo, presenteranno una proposta di modifica del decreto prima della conversione in legge. Fra i punti più battuti sicuramente la questione legata alle condanne di primo grado, la possibilità di convertire successivamente il permesso di lavoro anche al di fuori degli ambiti definiti dal decreto e il punto sul versamento di 500 euro da parte del datore di lavoro che intende regolarizzare.

«Quello che possiamo fare è cercare di rendere comprensibile questa norma, criticarla e riattivare un discorso pubblico sulle sanatorie». Dallo sportello socio-legale di Lab Puzzle a tanti altri nella Capitale e non solo, gli operatori e i volontari stanno dando informazioni e supporto a tantissimi, cercando però anche di monitorare la situazione.

Presidio di solidarietà ai braccianti in sciopero – Roma 21.05.20 – Foto di Elisa Elia

Nel frattempo, numerosi presidi sono stati chiamati nelle piazze italiane grazie alla campagna “Siamo qui. Sanatoria subito” e alla mobilitazione degli stessi braccianti che nelle campagne foggiane hanno deciso di scioperare.

La richiesta è sempre la stessa: sanatoria incondizionata per tutte e tutti per far sì che l’emarginazione sociale in cui ricade chi è senza documenti abbia termine. Ma il governo sembra continuare dritto per la sua strada: i migranti non sono che braccia da sfruttare o corpi da sgomberare, come nel caso dei ragazzi di Piazzale Spadolini e di Baobab.

Un discorso che fuoriesca da questo schema ancora non esiste. Accoglienza, inclusione e giustizia sociale non fanno parte del vocabolario istituzionale.