Accoglienza Straordinaria: oltre la logica dell’emergenza?

Riflessioni

Centri di Accoglienza Straordinaria: quali sono le potenzialità e le criticità di un sistema di accoglienza che ha tentato di superare la logica dell’emergenza e dell’assistenzialismo

Accoglienza straordinaria: i numeri

“Essere stato in questo centro di accoglienza mi ha regalato tante cose: una casa, amici, una scuola. Una vita ancora un po’ difficile, ma alla fine normale. Quando sono arrivato in Italia non avevo neanche uno zaino, nemmeno dei vestiti. Qui nel centro ho capito che potevo chiedere aiuto”. A parlare è Mamadou, 19 anni, guineano. Un richiedente asilo ospite di un Centro di Accoglienza Straordinaria che è in attesa dell’arrivo dei suoi documenti. “Quando uscirò dal progetto, vorrei continuare a studiare per il diploma di terza media. Meno male che ho imparato velocemente la lingua italiana, così almeno posso continuare a studiare per i corsi di formazione”. Mamadou fa parte di un progetto attivo in un Cas nella provincia di Viterbo, che al momento ospita circa 30 beneficiari.

Come evidenzia il Rapporto 2018-2019 “Straordinaria Accoglienza”, stilato da InMigrazione, in tutta Italia sono stati complessivamente messi a bando oltre 178.338 posti per ospitare richiedenti asilo nei Centri di Accoglienza Straordinaria, un numero che può sembrare “impressionante”, ma “si tratta di una capacità di accoglienza di appena tre richiedenti asilo ogni mille abitanti”. Il sistema di accoglienza straordinaria, secondo la legge 142/2015, entra in azione qualora sia esaurita la disponibilità di posti all’interno delle strutture di prima e/o seconda accoglienza, rappresentate rispettivamente dai Centri Governativi (Cara e Cda) e dal Sistema Sprar gestito dai Comuni.

Secondo Openpolis, “riguardo alla gestione dei Cas vale la pena sottolineare che negli anni sono state date indicazioni diverse e in parte contraddittorie su come dovessero essere strutturati. Da una parte si tendeva infatti ad omologare i servizi resi nei Cas a quelli degli Sprar per favorire il progressivo passaggio all’interno del sistema ordinario di protezione; mentre dall’altra, con il nuovo capitolato di gara, decreto del Ministero dell’Interno 7 marzo 2017, si incentivava un modello basato sulle grandi strutture collettive opposto allo Sprar”.

Nati per rispondere a una situazione emergenziale, i Cas nel 2017 rappresentavano quantitativamente il 90% dell’accoglienza che l’Italia garantisce ai richiedenti protezione internazionale. Attivati dalle Prefetture e gestiti dal privato attraverso l’aggiudicazione di procedure pubbliche di appalto, i beneficiari del Cas sono accolti sino al termine dell’iter della procedura per la valutazione della domanda di protezione internazionale.

Diverse regole, diversi Cas

Sono proprio i capitolati e i disciplinari delle gare a delineare la struttura di un Cas e la sua forma di accoglienza: “nei bandi si trovano tutte le regole del gioco per i gestori privati”, sottolinea il Rapporto di InMigrazione. È la qualità di un bando e la risposta dell’offerta dei privati infatti che fa la differenza tra due macrotipologie di strutture:

  • Centri di accoglienza con “grandi numeri”: ci si riferisce a quei Cas che ospitano un numero cospicuo di beneficiari e che offrono servizi basilari di vitto, alloggio e beni di prima necessità
  • Centri con “piccoli numeri”: sono quei Cas che privilegiano l’accoglienza per pochi beneficiari e che forniscono servizi differenziati ed erogati da personale formato e specializzato (assistenza sanitaria e legale, mediazione culturale, corsi di lingua italiana e sportello di orientamento al lavoro e ai corsi professionali);

Le differenze sono anche sulla base del numero di beneficiari accolti e sulla tipologia delle strutture. Secondo il Rapporto, solo in 27 gare d’appalto sulle 101 analizzate per l’apertura dei Cas viene stabilito un limite perentorio di 60 ospiti per struttura, mentre nel 68% dei casi il limite è stato posto tra gli 80 e i 300 ospiti. Sono invece 54 su 101 le Prefetture che valorizzano nei bandi la scelta dell’accoglienza diffusa in appartamenti.

Lo standard qualitativo dei Cas è dato proprio da questa risposta ai bandi i quali, selezionando e stimolando l’apertura di Centri di Accoglienza di qualità, dovrebbero arginare i rischiosi e molto spesso citati connubi immigrazione/business e immigrazione/malaffare. Tra le macro aree che ricevono punteggi specifici all’interno dei bandi delle Prefetture, sono infatti valutati:

  • L’incentivo all’apertura di Cas di piccole dimensioni e accoglienza diffusa in appartamenti;
  • Quantità e qualità dei servizi alla persona e per l’integrazione da garantire;
  • Professionalità, esperienza e formazione specialistica del personale;
  • Valutazione della proposta complessiva di gestione e metodologica.

I dati nel Lazio

Le criticità

Non è facile stabilire se i Cas riescano ad oggi a superare la logica dell’emergenza: molti sono gli esempi di esperienze virtuose, sottolineati dal Rapporto di InMigrazione e che si possono dedurre anche dalla testimonianza di Mamadou, che si è sentito fortunato a far parte di un progetto Cas ad “accoglienza diffusa”. Diversa infatti è l’esperienza di Abdallah, suo amico e connazionale, che ha subito un trasferimento improvviso in un Cas vicino a quello in cui è ospitato Mamadou. Questo centro, che “ospita quasi 100 beneficiari, è difficile da raggiungere con l’autobus”, dice il ragazzo. “Rispetto a prima, la vita è cambiata, ora cerco di uscire, anche se non sto proprio vicino la città, ma quando fa freddo, resto in stanza, col telefono e aspetto solo di scendere a mensa, tre volte al giorno. Certamente fai amicizia, provi a passare il tempo, ma io non mi sento libero. Ora non so più a chi chiedere dove fare dei tirocini, prima c’era lo sportello del lavoro: potevo scrivere il mio curriculum, cercare con l’aiuto degli operatori gli annunci sui giornali. Ora qui non c’è questo servizio. Devo fare tutto da solo e certe volte penso di non farcela”.

Per fortuna però, c’è l’amicizia con Mamadou. Insieme ricordano di quando si organizzavano le partite di calcio con gli operatori del centro, le feste a scuola per la consegna degli attestati di frequenza, il corso di lingua italiana in cui si stava tutti insieme, prima di andare a fare un giro a Viterbo dopo la lezione.

giovani migranti passeggiano
Giovani migranti passeggiano per le vie del centro storico di un piccolo paese

In Italia i tempi di procedura per la valutazione della domanda dei richiedenti asilo sono molto lunghi e la macchina burocratica delle Questure, delle Commissioni Territoriali e dei Tribunali non è stata adeguatamente potenziata. Inoltre, la qualità dell’accoglienza non è sempre adatta, soprattutto nei centri “dai grandi numeri”, in quanto possono mancare la cura e l’attenzione a percorsi individuali dei beneficiari, volti all’autonomia e all’acquisizione di strumenti utili per un percorso di inserimento sociale più agevolato.

Rafforzare le Prefetture e la “filiera” della domanda d’asilo, privilegiare un tipo di accoglienza che favorisca una permeabilità nel tessuto sociale, scegliere personale esperto e formato, prevedere pro die pro capite diversificati a seconda delle dimensioni del centro, sarebbero soluzioni funzionali, un buon investimento. Ma dopo il decreto Salvini il futuro dei Cas, che subiranno tagli pesanti all’erogazione dei servizi, sarà ancora più incerto.

[Fonte: Piuculture – Elisabetta Rossi e Silvia Costantini – 06 febbraio 2019]

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