Boochani: «Vi spiego perché il modello No Way sui rifugiati ha fallito»

Notizie, Riflessioni
Il giornalista curdo iraniano riceve oggi a Ferrara il premio Politkovskaya per il giornalismo d’inchiesta. E’ stato rinchiuso per anni sull’isola di Manus. «Il populismo sfrutta i migranti ma lede i diritti di tutti»

«Scrivere è il mio unico modo per evadere e dimostrare che non sono solo un numero». E’ stato chiuso dentro un centro di detenzione per migranti sull’isola di Manus, in Papua Nuova Guinea, dal luglio del 2013, il giornalista curdo iraniano Behrouz Boochani. Oggi Boochani come altri 600 altri rifugiati è in intrappolato in un limbo ma nonostante ciò scrive, pubblica e fa sentire la sua voce.

«Ho lasciato l’Iran perché non potevo restare a causa del mio lavoro, pensavo che l’Australia fosse una democrazia liberale. Mi sbagliavo», racconta al Corriere mentre a Ferrara, nell’ambito del Festival organizzato da Internazionale il suo traduttore Omid Tofighian ritira per lui il premio per il giornalismo d’inchiesta Anna Politkovskaja. Quando Boochani è arrivato in Australia si è reso conto di avere davanti una realtà molto diversa. Già nel 2001 il governo australiano aveva approvato la costruzione di due centri di detenzione per i migranti, uno sull’isola di Nauru e l’altro su quella di Manus, in Papua Nuova Guinea. I centri nel 2017 sono stati chiusi e ai rifugiati è stata data l’opzione di tornare nei Paesi d’origine. Molti però sono rimasti. In 600 a Manus e 800 a Nauru. Boochani è tra questi.

Come era la sua vita prima di partire?
«Lavoravo come giornalista freelance con una pubblicazione mensile chiamata “Werya” nella città di Ilam, nel Kurdistan iraniano. L’agenzia iraniana Sepah ha attaccato il nostro ufficio e arrestato alcuni dei miei colleghi. Così ho deciso di andarmene. Ma non ho avuto molto tempo per capire dove stavo andando»

Nel centro di detenzione di Manus lei ha scritto libro («No Friend But the Mountains: Writing from Manus Prison»), pubblicato una serie di reportage sul Guardian e realizzato un film («Chauka, Please Tell Us the Time») per documentare le condizioni di vita dei rifugiati? Come ha fatto a far uscire i suoi lavori?
«Sono riuscito a lavorare via sms. Avevo paura che gli agenti potessero sequestrarmi il materiale e non volevo andasse tutto perduto. Mi avevano già confiscato il telefono due volte. E se avessi scritto su carta, sicuramente mi avrebbero tolto il materiale. Non volevo correre questo rischio. Per me scrivere è stato l’unico modo per sopravvivere in questi cinque anni di reclusione e per non perdere la mia identità».


No Way: il video ideato dall’Australia per scoraggiare gli arrivi…

In Italia il ministro degli Interni Matteo Salvini ha dichiarato che avrebbe adottato il modello australiano sulla migrazione (No Way). Cosa è No Way visto da dentro?
«Ciò che l’Australia ha fatto a Manus e Nauru sarà giudicato dalle generazioni future. È uno dei periodi bui della storia australiana. Questo paese ha speso 9 miliardi di dollari e messo in stato di detenzione permanente 2.000 persone per mantenere questa politica barbara e violare i diritti umani. L’Australia voleva risolvere un problema esiliando persone innocenti in queste isole remote, ma in questo momento ha un grosso problema. Se avessero investito i 9 miliardi in un programma di reinsediamento globale migliore, avrebbero avuto risultati migliori. Invece ora non sanno cosa fare di noi rifugiati. Pensavano di aver trovato una nuova soluzione invece hanno creato solo un nuovo problema. Penso che l’Australia stia proponendo questa politica ad altri Paesi solo per nascondere i propri crimini ma non è certo un modello da seguire. Provoca enormi traumi a persone innocenti, compresi minori e bambini».

Cosa pensa dell’ascesa del populismo e della leva che esso fa sulla paura dello straniero e del diverso?
«E’ mera propaganda. Quello che stanno facendo è prendere di mira le persone più vulnerabili, tra cui i richiedenti asilo. Faccio un esempio. Il governo “liberale” australiano ha sconfitto con successo altri partiti politici in due importanti elezioni federali usando la propaganda contro i rifugiati. E questa linea è stata sostenuta anche dai principali media. E il risultato di questa propaganda dei liberali è che l’altra parte, il partito laburista, sta seguendo la stessa politica. Quello che ho capito dai politici populisti è che, dopo un po’, trattano la loro stessa gente nello stesso modo in cui hanno trattato i rifugiati. Cominciano a sfruttare chiunque e qualsiasi cosa per il potere. Molte persone in Australia ora pensano che la cultura politica australiana sia cambiata a causa delle isole Manus e Nauru. E che dunque combattere per i diritti dei rifugiati significa combattere per i diritti di tutti».

Nelle ultime settimane i curdi stanno subendo violente repressioni in Iran. Un attivista è stato giustiziato, così come una sposa bambina accusata dell’omicidio del marito. Cosa sta succedendo?
«Il popolo curdo ha sempre combattuto per la libertà, la giustizia e la democrazia. La cultura curda è una cultura molto pacifica e la cultura più democratica del Medio Oriente. Ecco perché le dittature in Medio Oriente non possono tollerare questa nazione e vogliono sempre distruggere la cultura curda. La storia del popolo curdo è una vera tragedia e siamo abituati alla tragedia. La Repubblica islamica dell’Iran, è una dittatura religiosa, ha privato il popolo curdo dei propri diritti negli ultimi 40 anni dalla rivoluzione islamica e ha continuato a uccidere il popolo curdo. Ma dopo il referendum in Kurdistan in Iraq lo scorso anno, quando il 93% delle persone ha votato per l’indipendenza, la situazione in Iran e Turchia è peggiorata. Ecco perché sono più determinati a reprimere qualsiasi movimento politico curdo».

Oggi riceve il premio Anna Politkovskaya. Cosa significa per lei questo nome?
«Rispetto enormemente Anna Politkovskaya e rispetto la sua eredità. Ha difeso la verità e l’umanità, anche di fronte a terribili violenze e intimidazioni. È un grande onore essere riconosciuti in questo modo, con un premio nel suo nome. Sento un legame speciale con la causa del crimine dei bambini delle scuole cecene con sostanze chimiche. Certamente questo mi ricorda l’attacco con gas velenoso contro i curdi ad Halabja nel 1988, che rimane una terribile tragedia nella storia umana. I crimini come questi devono essere esposti e sono grato a Anna Politkovskaya per tutto il lavoro incredibilmente importante che ha svolto»

[Fonte: CorrieredellaSera – Marta Serafini – 02 febbraio 2019]

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