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Se il coronavirus mostra il fallimento delle politiche migratorie

Nel Mondo

Il re è nudo. Mentre la crisi sanitaria e sociale del coronavirus diventa sempre più acuta, oggi più che mai le responsabilità di questa situazione sono sempre più evidenti. Anche per quanto riguarda le politiche migratorie.

La crisi, infatti, sta facendo emergere le disuguaglianze a livello economico e sociale, ricadendo in modo più forte sugli ultimi. Ma sta anche aprendo un’ulteriore finestra sulla gestione dell’immigrazione nel nostro paese: emergenziale e securitaria, viola diritti e nega tutele.

Dalle navi quarantena a San Ferdinando la frontiera continua a definire una linea di confine che uccide, ancor di più col coronavirus.

In questi mesi, infatti, abbiamo già parlato di come il fenomeno delle navi quarantena – usate per la quarantena dei migranti soccorsi in mare – siano il simbolo di una ben precisa visione politica (e governativa) di come gestire l’immigrazione.

Qual è la differenza fra chi arriva (come turista) in aereo e chi viene soccorso in mare? Perché per i primi sono state previste adeguate misure di ingresso e per i secondi sono stati impiegati almeno 4 milioni per l’utilizzo di queste navi (soldi che sarebbero potuti essere usati per una quarantena in completa sicurezza a terra)?

È questo il meccanismo della frontiera, che agisce e non cessa di esistere anche una volta che la si è attraversata.

È questo il modo in cui la frontiera uccide, come nel caso di Abou Diakite, 15 anni, ivoriano, salvato da Open Arms e rimasto per giorni sulla nave quarantena “Allegra” senza cure adeguate: il 29 settembre finisce d’urgenza all’ospedale Cervello di Palermo e muore.

In base alla legge, infatti, i minori dovrebbero ricevere entro tre giorni dal loro arrivo un tutore, ma la crisi del coronavirus e la gestione di questa crisi hanno portato alla sospensione anche di questo inderogabile diritto. In questi giorni, ci sono ancora centinaia di minori (non si sa il numero preciso) presenti sulle navi quarantena. Numerose associazioni hanno lanciato un appello affinché vengano sbarcati subito.

Nel frattempo, anche nella tendopoli di San Ferdinando, a Rosarno, la mancanza di provvedimenti fa sentire i suoi effetti.

Sabato 17 ottobre la tendopoli di San Ferdinando, dove vivono circa 250 braccianti, è stata dichiarata zona rossa a seguito della scoperta di 14 casi di positività al coronavirus all’interno del campo.

Da quel momento, il campo è chiuso ed è vietato ai braccianti di uscire fuori dal campo, fare assemblee, lavorare. Le istituzioni hanno costruito delle tende per l’isolamento dei 14 positivi. Ma per il resto nulla: i bagni restano in comune, nessun dispositivo di protezione è stato dato, nessun altro test è stato fatto.

Disegno di Francesco Piobbichi – Tendopoli di San Ferdinando

E soprattutto, non c’è alcuna tutela sociale ed economica dei braccianti che, in questo modo, semplicemente sono obbligati a non lavorare. Senza però nulla in cambio.

“Il covid – dichiara Francesco Piobbichi, operatore di Mediterranean Hope, programma migranti e rifugiati della FCEI sul sito di Mediterranean Hope – sta mettendo in luce le contraddizioni di fondo di questi luoghi, che denunciamo da tempo. Queste persone – non vanno chiamate “migranti”, perchè sono “braccianti”, è grazie al loro lavoro che arrivano le arance sulle nostre tavole – non hanno alcuna tutela”.

Sono anni, infatti, che i braccianti di San Ferdinando vivono in condizioni precarie, fra la tendopoli e il campo dei container costruito dopo la rivolta del 2010. In tutto questo tempo le istituzioni non hanno lavorato per creare soluzioni abitative adeguate, tutele sociali e sanitarie, e contrastare caporalato e sfruttamento.

A finire a lavorare nei campi spesso sono anche i migranti fuoriusciti dai percorsi di accoglienza e titolari di protezione internazionale che non hanno trovato alternative reali. Sono anche i cosiddetti “clandestini”, che finiti nell’invisibilità finiscono più facilmente sotto il gioco dello sfruttamento. Sono, in generale, uomini e donne che non hanno altra scelta.

Mancano reali percorsi di accoglienza e inclusione, sostegno, tutela e garanzie sociali ed economiche all’interno di situazioni che non sono affatto emergenziali, ma piuttosto di lunga durata. Le responsabilità, allora, sono chiare. Non è certo colpa del coronavirus.