migranti

Senza veri diritti lo sfruttamento dei migranti (e braccianti) continuerà

Notizie

«Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili», commentava Teresa Bellanova la sera in cui annunciava le misure di regolarizzazione dei migranti previste all’interno del Decreto Rilancio.

Ma quando leggi i contenuti della norma è difficile non sentire un certo stridore con questa frase.

E i fatti di questa prima settimana di avvio delle procedure di regolarizzazione ce lo stanno confermando: lo sfruttamento lavorativo dei migranti irregolari prosegue indisturbato, proprio perché questi diritti (e tutele) non vengono loro garantiti in quanto persone, esseri umani, ma solo in quanto ingranaggio di un sistema che deve andare avanti.

Lo sfruttamento dei migranti continua

«Quello che ha ispirato questa norma è un paradigma produttivistico: i diritti vengono dati a tempo e solo per alcune categorie considerate utili», commenta Marco Omizzolo, sociologo per Eurispes e autore del libro “Sotto padrone: uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana”. «I diritti o sono per tutti e tutte oppure rimarranno sempre degli elementi accessori che non tolgono le persone dalle condizioni di ricattabilità ma, anzi, le ricollocano sempre lì».

Omizzolo lavora da 15 anni con la comunità indiana dell’Agro Pontino e conosce bene i sistemi di sfruttamento del lavoro e caporalato che vigono nell’area. Proprio per il suo impegno contro questo sistema, infatti, ha ricevuto diverse intimidazioni e da due anni vive in regime di protezione speciale da parte delle forze dell’ordine.

«Non è immaginabile pensare che solo attraverso quell’articolo 400.000 persone usciranno dallo sfruttamento lavorativo e dal disagio abitativo. La regolarizzazione è comunque un passo avanti dei molti che bisogna fare e ancora mancano. Servono norme più ampie, che non si fermino alla sola regolarizzazione e che includano la cancellazione dei decreti sicurezza, un cambiamento sui decreti flussi, nuove norme per la cittadinanza e riforme nel mercato del lavoro».

Cosa succede nelle campagne dell’Agro Pontino

Di fatti, la norma «fotografa il rapporto di forza sbilanciato» che c’è fra datore di lavoro e immigrato. Un rapporto che non viene minimamente scalfito.

Nell’Agro Pontino, dove ci sono fra i 12.000 e i 15.000 braccianti (uomini e donne, regolari e irregolari), quello che sta succedendo in questi giorni è che i datori di lavoro stanno iniziando a reclutare braccianti basandosi sulla nuova norma. Ma quest’ultima è comunque uno strumento di sfruttamento in mano a padroni e caporali.

Una scena del docu-musical “The Harvest” sulla condizione della comunità sikh dell’Agro Pontino

Ci sono già stati casi, ci dice Omizzolo, di imprenditori che hanno diminuito la paga da 4,50 a 3,50 euro all’ora. Oppure hanno scaricato la spesa dei 500 € da versare sulla retribuzione del lavoratore. Alcuni hanno chiesto ai lavoratori addirittura 3 o 4 mila euro per regolarizzarli.

La norma dunque non dà diritti né alcun supporto al migrante irregolare che vorrebbe avviare una procedura di regolarizzazione. «Bisogna spezzare questo rapporto di forza attraverso un intervento normativo. Ad esempio si potrebbe creare una camera di compensazione, con i sindacati, alla quale il lavoratore o la lavoratrice potrebbe accedere per iniziare un percorso di regolarizzazione ed emersione dal lavoro nero».

Le lotte contro sfruttamento e caporalato

Coloro che invece hanno portato avanti la lotta in questi territori sono state la stessa comunità indiana e le organizzazioni dal basso, fra cui la cooperativa InMigrazione – con cui Omizzolo ha collaborato – che «per anni ha svolto un ruolo fondamentale di analisi e denuncia del fenomeno». Non si parla soltanto di caporalato, ma di un intero sistema di tratta internazionale volto allo sfruttamento lavorativo.

Una lotta che negli anni ha dato alcuni frutti: lo sciopero di 4.000 braccianti a Latina nel novembre 2016, ad esempio, ha permesso l’aumento della paga a 4,50€ l’ora. Una vittoria concreta e allo stesso tempo il segno che la comunità negli ultimi 15 anni è cambiata molto e ha acquisito una certa consapevolezza della propria condizione di sfruttamento e degli strumenti a disposizione per cambiarla.

Oggi, grazie anche ad alcuni progetti Eurispes, Marco Omizzolo prosegue questo lavoro. Al momento, ad esempio, si danno delle informazioni sulle procedure burocratiche per la regolarizzazione e assistere i migranti in modo da non farli finire, anche in questo caso, nelle reti di sfruttamento e caporalato: «Accompagniamo le persone in questo percorso burocratico, garantendo per loro se hanno lavorato in nero fino a questo momento: si tratta di persone che conosciamo e facciamo molta attenzione a non regolarizzare quelli che potrebbero essere dei caporali».

Contemporaneamente prosegue un lavoro di consulenza legale: «Abbiamo fatto 150 denunce contro caporali, alcune hanno portato anche ad arresti e al momento ci sono 30 processi ancora aperti», aggiunge Omizzolo. Questo è un percorso che va avanti da tempo e che non si conclude con la denuncia, ma che prosegue con un «processo di tutela e riqualificazione lavorativa» per chi decide di denunciare. Non si parla, ancora una volta, soltanto di sfruttamento lavorativo ma anche di tratta internazionale, truffa e riciclaggio.

Chi lavora sul territorio sa bene che si tratta di un fenomeno complesso, che sembra difficile da risolvere con una regolarizzazione a tempo e, di fatto, in mano ai padroni. È per questo che prosegue la campagna “Siamo qui – Sanatoria subito”, che chiede una sanatoria incondizionata per tutte e tutti. Allo stesso tempo, molte organizzazioni si stanno già muovendo per far apportare modifiche al decreto prima che venga convertito in legge, è «lì che si può fare una grande battaglia», commenta Omizzolo.

C’è la consapevolezza che, se anche per alcuni questa norma è un passo avanti, serve di più. Servono tutele e diritti reali, senza scadenze. E non al servizio del capitale.