Nuovi respingimenti, vecchie condanne

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Da anni associazioni umanitarie e delegati delle Nazioni Unite denunciano i maltrattamenti subiti dai migranti in Libia. Parlando dei migranti in Libia, Amnesty International ha detto:

“Attori statali e non statali li sottopongono a una serie di violazioni dei diritti umani e abusi, tra cui uccisioni illegali, torture e altri maltrattamenti, stupro e altre violenze sessuali, detenzione arbitraria a tempo indefinito in condizioni crudeli e inumane e lavoro forzato”.

A Maggio, l’equipaggio della Sea Watch 4 ha pubblicato su Twitter un video nel quale si vede una motovedetta della guardia costiera libica inseguire un gommone e poi costringere i migranti a tornare in Libia dopo averli picchiati con un bastone.

“Nonostante i continui e ben documentati raccapriccianti abusi perpetrati nell’impunità per oltre un decennio, stati e istituzioni europee continuano a fornire supporto materiale e perseguire politiche migratorie che permettono ai guardacoste libici di intercettare uomini, donne e bambini che cercano di scappare alla ricerca di salvezza attraversando il mar Mediterraneo, e ne consentono il ritorno forzato in Libia, dove vengono trasferiti per essere sottoposti a detenzione illegittima e affrontano ulteriori cicli di violazioni dei diritti umani”

ha detto Amnesty International con un appello.
La sentenza

Nei giorni scorsi, i giudici del Tribunale di Napoli hanno condannato a un anno di reclusione (in primo grado) il comandante della nave AssoVentotto, un rimorchiatore di supporto alle piattaforme petrolifere al largo della Libia, per aver riconsegnato alle autorità libiche 101 migranti (tra i quali minori e donne incinte) soccorsi nel mar Mediterraneo.

L’inchiesta era partita dalle registrazioni audio delle conversazioni radio del 30 luglio 2018 della nave “Open Arms”. I file sono stati acquisiti dai magistrati Barbara Aprea e Giuseppe Tittaferrante della procura di Napoli, coordinati dal procuratore aggiunto Raffaello Falcone.

Secondo l’ENI, “La nave AssoVentotto che opera per conto della società Mellitah Oil & Gas (gestita da Noc, la compagnia petrolifera statale libica di cui Eni è azionista, n.d.r.) a supporto della piattaforma di Sabratah, il 30 Luglio 2018 ha prestato soccorso ad un barcone con a bordo 101 migranti arrivato in prossimità della piattaforma a causa di condizioni meteo avverse”.

Nella dichiarazione si legge anche che “L’operazione di soccorso è stata gestita interamente dalla Guardia Costiera Libica che ha imposto al comandante dell’AssoVentotto di riportare i migranti in Libia”.

Facendolo, però, potrebbe aver violato le norme del diritto marittimo: in caso di salvataggio in mare, infatti, i naufraghi devono essere portati nel più vicino porto “sicuro”, il cosiddetto POS (lo prevedono la Solas, Safety of life at sea, ovvero la Convenzione Internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, del 1974; la Sar, che sta per Search and Rescue di Amburgo del 1979 e la Convenzione Onu di Montego Bay del 1982, detta anche UNCLOS, acronimo di United Nations Convention on the Law of the Sea). La Libia non può essere considerata un porto sicuro. Per questo, i giudici hanno ritenuto il comandante colpevole di avere abbandonato i migranti.

Anche l’Italia…

Qualche anno fa, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (caso Hirsi Jamaa e altri) aveva condannato l’Italia per un caso simile. Il 6 Maggio 2009, circa 200 persone, su diverse imbarcazioni dirette in Italia, erano state intercettate da motovedette italiane, in acque internazionali, ma all’interno della zona “SAR” (Search and Rescue) che dovrebbe essere di responsabilità maltese (ma che Malta non ha mai riconosciuto tale). I migranti trasferiti sulle navi italiane erano stati riportati in Libia (secondo le autorità nazionali, in conformità con gli accordi bilaterali fra Italia e Libia). 24 cittadini somali ed eritrei Avevano quindi presentato ricorso contro l’Italia per aver violazione i loro diritti. Dopo quasi tre anni, la Corte si era espressa all’unanimità con una sentenza di condanna dell’Italia.

Comunque finisca il nuovo processo (quello appena concluso era solo il primo grado di giudizio), quello che è importante è aver ribadito ancora una volta che è sbagliato aiutare un paese che tratta i migranti come fa la Libia.

Qualche mese fa, avevano destato scandalo le parole d’apprezzamento del premier Mario Draghi rivolte proprio alla guardia costiera libica durante la sua visita a Tripoli. Purtroppo, il numero di migranti intercettati durante la traversata dall’Africa settentrionale verso l’Italia è triplicato nell’ultimo periodo.

“Sappiamo che i fermi sono triplicati da gennaio a giugno rispetto all’anno scorso. E questo nonostante tutti gli osservatori, nello specifico l’ONU e l’Alto Commissario per i diritti umani, sostengano che la Libia non sia un luogo sicuro per lo sbarco di persone salvate in mare perché il Paese non concede loro il diritto di chiedere asilo e di essere ospitate nel rispetto del diritto umanitario internazionale”

ha detto Duccio Staderini, responsabile delle attività di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere (MSF).
Un fenomeno in crescita

Secondo i dati dell’International Rescue Committee, negli ultimi otto mesi, oltre 23.000 persone, tra cui oltre 1.000 bambini e più di 1.500 donne, almeno 68 delle quali incinte, sono state intercettate in mare mentre cercavano di trovare sicurezza in Europa. Quasi il doppio del totale del 2020. In assoluto il numero più alto mai registrato da quando sono iniziate le intercettazioni da parte della Guardia costiera libica, nel 2017.

“In soli otto mesi abbiamo visto più persone riportate in Libia dalla Guardia Costiera libica di quante ne abbiamo mai viste prima. 23.000 è un numero senza precedenti e sottolinea la gravità della situazione in Libia”,

Per le persone in cerca di sicurezza e protezione, come richiedenti asilo, rifugiati e altri migranti, la vita in Libia è particolarmente difficile. Sono a rischio costante di una lunga lista di abusi che possono includere rapimenti, violenze sessuali e persino torture. Non sono al sicuro in Libia e non possono tornare a casa o altrove – molti sono fuggiti da circostanze simili nei loro paesi di origine o in transito. Spesso avranno già affrontato abusi e sfruttamento per mano dei contrabbandieri nel loro viaggio per arrivare qui. Non c’è da meravigliarsi che vogliano andarsene, ma poiché i modi sicuri e legali sono estremamente limitati, raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo è spesso visto come l’unica possibilità che hanno di raggiungere la sicurezza”.

ha dichiarato Tom Garofalo, direttore nazionale dell’IRC in Libia.

Violazioni dei diritti umani che ad alcuni sembrano importare poco.