Per molti migranti in Grecia la “resilienza” sta per finire

Nel Mondo

Dopo l’incendio che ha distrutto uno dei principali centri per l’accoglienza di migranti e rifugiati in Grecia, il governo aveva promesso di ricostruirlo. Lo ha fatto (con i soldi dell’UE). Secondo molti, però, il nuovo centro per richiedenti asilo nella località remota di Zervou non sarebbe migliore del precedente. Anzi: secondo alcuni, è “simile a una prigione”. Pensato per ospitare 600 persone, non sembra organizzato per accogliere persone in difficoltà, ma per essere “chiuso e controllato”.

“Questo nuovo centro serve solo a disumanizzare e marginalizzare ulteriormente i richiedenti asilo in Europa”, si legge in una nota di MSF. Secondo Patrick Wieland, responsabile di MSF a Samos, ha detto: “Siamo di fronte alla perfetta dimostrazione di quanto la politica migratoria dell’Ue, che intrappola persone fuggite da guerre e violenze, sia cinica e pericolosa”. La maggior parte dei pazienti visitati da MSF a Samos non presenta solo danni fisici: molti mostrano sintomi di depressione e disturbi da stress post-traumatico. Tra Aprile e Agosto 2021, il 64% dei pazienti che hanno raggiunto la clinica di salute mentale dell’associazione ha riferito pensieri di suicidio. E il 14% era a rischio effettivo di suicidio. Possiamo solo aiutare i rifugiati a sopravvivere al nuovo campo sull’isola greca | MSF

Le testimonianze

MSF cita anche alcuni casi. Come quello di un 19enne proveniente dal Mali, da dove era partito per scappare alle torture cui era sottoposto. Fuggito quando era ancora minorenne (quindi, almeno sulla carta, avente diritto a tutta una serie di tutele internazionali che non ha ricevuto) ha cercato di raggiungere l’Europa. Sperava in una vita migliore e più sicura. Dopo essere rimasto a Samos per due anni, appare emotivamente scosso e frustrato. Al punto di dubitare della sua stessa esistenza. Quando gli psicologi di MSF gli hanno domandato a cosa aspirasse, ha risposto: “La mia libertà. Fino ad ora ero un rifugiato, ora sono anche un prigioniero”.

Situazione analoga per una ragazza, anche lei è arrivata a Samos. Anche lei ha avuto una vita spaventosa (ma queste notizie, sui giornali, non fanno “notizia”). Dalle mutilazioni genitali al matrimonio forzato all’età di 14 anni e alle violenze sessuali imposte dal marito, 30 anni più grande di lei. Fino alla fuga ancora giovanissima. Giunta in Europa, inspiegabilmente, la sua domanda di essere riconosciuta come “rifugiata” è stata respinta. Non una, ma due volte. Per questo, non può più avere accesso alla maggior parte dei servizi forniti all’interno del campo. Compreso il cibo. Ha presentato una nuova richiesta di asilo, ma agli psicologi ha confessato le proprie paure: “Mi faranno morire di fame?”.

Un problema diffuso

Gli psicologi dell’associazione ascoltano appelli come questo ogni giorno. Oggi, (inflazionato il termine “sostenibilità”) tutti parlano di “resilienza”. Nessuno, però, parla della resilienza dei migranti. Di quanto è messa a dura prova la loro capacità di resistere alle sollecitazioni esterne. Anche dopo che essere arrivati in Europa. Dopo aver raggiunto un posto che pensavano accogliente. Magari dove iniziare una nuova vita. Avere un nuovo futuro. Per molti di loro, la delusione di essere trattati come oggetti, di essere privati anche della libertà fondamentali è causa di problemi psicologici. In Grecia, come in molti dei paesi “sviluppati” dell’Europa, i diritti di queste persone spesso vengono “dimenticati”. Basti pensare al trattamento riservato dalla Gran Bretagna ai rifugiati che cercano di attraversare lo stretto della Manica. O ai respingimenti dalla Spagna al Marocco. O ai rimpatri forzati di molti di quelli che arrivano in Europa dall’Afghanistan: chi, se non loro, deve essere considerato rifugiato? o sfollato? La direttiva che ha introdotto in Europa il concetto di “sfollati” sembra finita nel dimenticatoio.

Le convenzioni per i diritti dell’uomo sembrano essere diventate carta straccia (come il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, GCM, del 2016). Giunti in Europa, per molti migranti, l’accoglienza dignitosa nei campi, l’accesso a una procedura di asilo equa e dignitosa e un’assistenza sanitaria adeguata alle esigenze delle persone in fuga da violenze, conflitti e traumi continuano ad essere un’illusione.

fonte: greecevichpunjabi

La loro capacità di sopportare tutte queste delusioni, la loro “resilienza”, si sta esaurendo. Al malessere fisico, si aggiunge un lento, inarrestabile “deterioramento del benessere mentale e fisico di queste persone”. Piano piano si sbriciola ogni loro speranza. Come essere accolti nel nuovo sito di “accoglienza” in Grecia. Un campo che per molti non è di “accoglienza”, ma di “prigionia”.

“L’apertura di questo nuovo campo rappresenta per queste persone un cambiamento nella loro identità, nella loro autostima e nella loro dignità. L’Europa li sta distruggendo”

ha denunciato Eva Papaioannou, psicologa di MSF a Samos.
Per chi ha vissuto nel vecchio centro di accoglienza a Lesbo (ora ridotto in cenere), un cambiamento c’è stato. Dell’incendio di quel sito si parlò per giorni. Per settimane. Ora di loro, dei migranti “ospitati” nel “nuovo” campo e della loro disperazione non parla nessuno.