Perchè si fugge dal Pakistan

Nel Mondo

Spesso ci si domanda cos’è che spinge così tanti migranti a lasciare il proprio paese. Tanti i motivi. Tra questi, le persecuzioni di cui molti sono vittime nel proprio paese d’origine.

Emblematico quanto è avvenuto a Bhong Sharif, nel distretto di Rahim Yar Khan, nel Punjab pakistano. Un bambino di otto anni è stato arrestato e rischia la condanna a morte. La sua colpa? Aver fatto la pipì sul tappeto della biblioteca in una delle numerose scuole islamiche all’interno di una moschea in Pakistan.

In un primo momento, il giudice al quale era stato sottoposto il caso aveva chiesto al bambino e la sua famiglia il pagamento di una cauzione. E il bambino era stato liberato. Del resto, l’accusa contro di lui non era di aver diffamato il Corano o il nome del profeta (come in gran parte delle decine di procedimenti giudiziari analoghi con adulti detenuti). Ma questa sentenza ha scatenato la furia degli estremisti. A decine hanno attaccato un tempio indù (la famiglia del bambino è induista). Utilizzando spranghe e travi sfondato bacheche di vetro, distrutto statue e icone del luogo sacro.

Gli scontri sono continuati fino a quando la polizia, per sedare gli animi, ha riportato in custodia il bambino. Non prima, però, di aver arrestato una ventina di manifestanti.

Intervistati da un giornale inglese, i genitori del bambino hanno riferito che in bambino non capisce perché è stato rinchiuso in una cella senza poterli vedere. Le accuse di blasfemia hanno scioccato anche i legali: nessun adolescente sarebbe mai stato accusato di blasfemia prima d’ora in Pakistan.

Da tempo, in questo paese, leggi come questa sono utilizzate come strumento di persecuzione contro le minoranze religiose. Pochissime le condanne a morte per blasfemia da quando è stata reintrodotta la pena di morte per questo crimine (nel 1986). Nel 2014, Junaid Hafeez, visiting lecturer presso il Dipartimento di Letteratura Inglese dell’Università Bahauddin Zakariya, nella città di Multan nella provincia del Punjab, fu arrestato e condannato a morte da un tribunale pakistano per un post ritenuto blasfemo su Facebook. Non sono mancati casi di persone accusate di tale “reato” e per questo attaccate e linciate dalla folla.

Nel 2017, nella provincia pakistana di Peshawar, un giornalista di 23 anni, Mashal Khan, è stato ucciso da estremisti che lo accusavano di blasfemia. Casi di scontri legati alla religione che non sono rari: a Dicembre scorso, gruppi di musulmani conservatori hanno demolito un tempio indù nella provincia nord-occidentale di Khyber Pakhtunkhwa.

Secondo un rapporto della Commissione per le Libertà Religiose Internazionali degli Stati Uniti, pubblicato l’anno scorso, in Pakistan si registra il maggior numero di incidenti di massa, di violenze di massa e/o di minacce di violenza di massa a seguito di presunti atti blasfemi.

“L’attacco al tempio e le accuse di blasfemia contro il bambino di otto anni mi hanno davvero scioccato

Dichiarazione rilasciata da Ramesh Kumar (legislatore e capo del Consiglio indù pakistano)

Un evento banale (basti pensare che, in Belgio, la statua di un minore che urina è diventato uno dei simboli di Bruxelles!) rischia ora di diventare un caso internazionale con conseguenze geopolitiche gravi. A Nuova Delhi, in India, la vicenda non ha fatto che esacerbare i rapporti tra i due paesi (in guerra da oltre sessant’anni). Il Ministero degli Esteri ha convocato il rappresentante del governo pakistano per protestare contro quanto avvenuto e chiedere che sia garantita la sicurezza delle famiglie indù che vivono in Pakistan.

Intanto, la famiglia del bambino ha dichiarato che intende lasciare il paese appena possibile:

“Non vogliamo tornare in quella zona. Non vediamo alcuna azione concreta e significativa contro i colpevoli o per salvaguardare le minoranze che vivono qui”

Si uniranno alle decine di migliaia di migranti che, ogni anno, lasciano il Pakistan diretti in Europa. Secondo le stime delle stesse autorità pakistane, tra 30.000 e 40.000 persone tentano di raggiungere l’Europa attraversando Iran e Turchia. La maggior parte proviene dal distretto del Gujrat nella provincia occidentale pakistana del Punjab.

Molti pakistani che si trovano illegalmente in Europa non possono essere rimpatriati in Pakistan perchè le autorità del loro paese non rilasciano documenti di viaggio. E sono molti i paesi che non hanno sottoscritto accordi con il Pakistan per facilitare il ritorno dei migranti. In questo modo diventano irregolari, abusivi, apolidi o, semplicemente, “migranti”. E tutto questo perché? A volte solo perchè un bambino di otto anni ha fatto pipì dove non avrebbe dovuto.