Come ti riattivo la memoria: i migranti e i quartieri

Storie

Non solo politica: il ruolo delle occupazioni e dei migranti nel contesto urbano

Occupazione e memoria

Le occupazioni dei posti in disuso non sono mai un atto solamente politico. Prima ancora del significato ideologico dell’azione c’è la riattivazione e la reintroduzione di un determinato spazio nel dibattito pubblico. Ne deriva una discussione capace di coinvolgere la comunità locale con più o meno intensità a seconda del valore attribuito al posto in questione.

L’immaginario dei residenti limitrofi all’occupazione, infatti, si relazionerà ad essa anche in base al rapporto personale e specifico che la loro memoria ha sviluppato rispetto allo spazio riattivato. L’occupazione di un ex centro commerciale susciterà una risposta corale certamente diversa da quella provocata dall’occupazione di ex cinema o di un ex teatro. Il trasporto e la soggettività dell’osservatore esterno non si muoveranno su binari dicotomici, ma potranno dunque variare a seconda dei ricordi e dei legami personali sviluppati negli anni con la struttura.

In tutti i casi, comunque, l’occupazione è a una rottura della presunta linearità delle politiche edilizie (sempre più coincidenti con malaffari e appalti truccati) e obbliga il residente a elaborare proprie considerazioni in merito alla trasformazione urbana del quartiere o della città. L’occupazione, dunque, in primo luogo è un’operazione che trova importanti strati di legittimazione nella memoria locale.

La questione abitativa sempre più centrale nel dibattito pubblico italiano?

Quanto più il ricordo si allontana dalla ricostruzione fattuale degli eventi tangenti al posto, tanto più innescherà differenti vedute e punti d’osservazione. Inoltre, in una momento storico dove gli studi incentrati sulla microstoria dei quartieri si ritagliano sempre di più una cornice importante nel palcoscenico accademico e non solo, l’occupazione può diventare catalizzatore di studi e di ricerche capaci di innescare una generale riattivazione della memoria locale.

Il ricercatore Bruno Bonomo, tracciando i legami che passano tra approccio alle fonti orali e storie urbane, osserva come gli studi sui quartieri partano “dal riconoscimento che la città – in particolare la città metropolitana – è un’entità fortemente composita, che vede convivere al proprio interno tante realtà territoriali diverse. Per ricostruire efficacemente il mosaico appare quindi opportuno analizzare in dettaglio le singole tessere”[1].

In questi termini, dunque, l’occupazione di uno stabile, di un ex cinema o di un ex albergo, prima ancora di essere un atto politico, diventa un momento catartico di confronto e potenziale agente di studio.

La casa, non più solo casa

All’interno delle occupazioni il valore sociale della casa inteso come luogo privato e racchiuso è solamente parziale. La creazione di questi nuovi reticoli abitativi disseminati nelle varie realtà dei quartieri diventa rappresentazione pubblica di un diverso modo di concepire il concetto stesso di “casa”. Quanto più il linguaggio tra l’occupazione e il paesaggio circostante, con i propri usi e costumi, sarà circolare, tanto più saranno concrete le possibilità di istaurare un rapporto intersoggettivo tra i protagonisti e capace di stimolare nuove prospettive.

Il Cinema Maestoso di Roma. Oggi chiuso, all’interno delle sue sale un pezzo della storia del quartiere

A tal proposito, è intervenuto anche l’antropologo e docente Andrea Said, che nel delineare i connotati sociali dell’occupazione ha scritto:

“La casa, soprattutto se occupata, non è solo un rifugio, è le relazioni che si costruiscono per produrre la sua legittimità. Non si superano soltanto le barriere dell’esclusione sociale e di classe prodotte dalle politiche di speculazione edilizia ma si riformano le reti sociali, si costruiscono progetti politici trasversali che dialogano con i margini delle metropoli”[2]

San Carlo di Milano

In tale maniera ci accorgiamo che il significato delle occupazioni non è solamente politico in senso stretto, ma è organico alla società, alla memoria, alla comunità locale e può innescare considerazioni e studi che per molto tempo l’approccio tradizionale alla storia ha trascurato.

Un esempio che, almeno parzialmente, permette di fare un confronto con la realtà è rappresentato dall’occupazione di via Siusi 12 nel quartiere milanese di Lambrate. In questo stabile, all’inizio degli anni Quaranta del secolo scorso, fu collocato il primo centro di produzione delle celebri patatine San Carlo (il nome deriva dalla vicinanza con l’antica chiesa di San Carlo al Lazzaretto). Nel corso del tempo il prodotto alimentare fuoriuscì da una dimensione locale, per diventare un bene di consumo di massa. Il progressivo aumento del commercio dell’attività gestita prima da Francesco Vitaloni e successivamente dal figlio Alberto[3], portarono a nuove necessità logistiche, e fu così che dopo circa trent’anni di attività la sede di via Siusi 12 venne chiusa per traslocare la produzione altrove, fuori Milano.

Dalla metà degli anni Settanta, fino al novembre 2020, la struttura è stata lasciata a un lento e progressivo stato d’abbandono. L’odore delle patatine fritte, o il cattivo odore a detta di molti vecchi residenti, fu sostituito unicamente con quello dello smog. La struttura edilizia che prima aveva ricoperto un ruolo aggregativo nevralgico nel contesto locale, si trovò relegata ad osservare silenziosamente la politica di gentrificazione che travolgeva il suo quartiere. Impotente.

I cancelli della San Carlo appena dopo l’occupazione

Lo stato comatoso delle prime friggitorie della San Carlo è andato avanti per altri trent’anni, fino a quando le forti contraddizioni abitative del presente non hanno rivestito la vecchia casa delle patatine italiane di un nuovo ruolo sociale e aggregativo. A inizio novembre 2020 un gruppo di migranti e di attivisti italiani ha deciso di scavalcare i cancelli arrugginiti del vecchio stabile e dargli nuovamente parola. Dopo anni di silenzio, il centro di via Siusi 12 torna a dialogare con il quartiere, con parole nuove ma con un’estetica identica. L’esperimento coordinato dalla rete Ci Siamo attira subito l’attenzione degli abitanti del quartiere. Le ragnatele e i ferri deteriorati che si intravedevano dal cancello vengono sostituiti da banchi e lavagne.

Il silenzio viene interrotto da una molteplicità di idiomi che cercano di costruire nuovi ponti discorsivi con gli abitanti del quartiere. Le luci nuovamente accese della vecchia friggitoria provocano la memoria dei vecchi abitanti della zona ne escono aneddoti narrativi e paradossi personali e condivisi. I più giovani, invece, scavano nei ricordi dei loro cari per fornire una loro prospettiva di via Siusi 12. Il fermento è tanto e palpabile. Tra le nuove scuole di italiano per stranieri, tra i momenti di discussione e di dibattito e tra le difficoltà imposte dalla pandemia, la lotta per la casa diventa solamente l’iniziale elemento di un molto più grande insieme di rivendicazioni.

Tante lingue, unici obiettivi

Intanto, però, un primo e importante successo di condivisione è stato raggiunto: la reminiscenza del quartiere permette che i ricordi e le testimonianze personali gravitanti intorno alla San Carlo riemergano dall’oblio e divengano nuovo spazio d’aggregazione.

Nel suo piccolo, l’occupazione della San Carlo, condotta da un gruppo di migranti provenienti da chi sa dove e da un pungo di romantici italiani impegnati nei diritti sociali, è riuscita a fornire un contributo culturale al quartiere più concreto di molte altre iniziative. In questo caso, il diritto all’abitare è diventato anche salvaguardia della memoria condivisa del luogo e scudo contro la spada di Damocle della speculazione edilizia, che, in nome del profitto, a volte sembra gode dell’impunità per “l’omicidio memonico”.


[1] B. Bonomo, Voci della memoria. L’uso delle fonti orali nella storia, Carocci editore, Roma 2013, p.144

[2] A. Staid, Abitare illegale. Etnografia del vivere ai margini in Occidente, Milieu edizioni, Milano 2017, p.62

[3] Le patatine San Carlo, https://twbiblio.com/2018/11/14/le-patatine-san-carlo/ ( ultima visita 07/03/2021)