Soumaila Sacko

Il punto sull’omicidio di Soumaila Sacko e sulla vita dei braccianti nella piana di Gioia Tauro

Storie

L’11 novembre la corte d’Assise di Catanzaro ha condannato in primo grado a 22 anni di reclusione Antonio Pontoriero per l’omicidio di Soumaila Sacko. Il ragazzo, originario del Mali, faceva il bracciante agricolo nella piana di Gioia Tauro, era un attivista dell’Usb (Unione sindacale di base) ed abitava nella baraccopoli di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria.

I fatti sono avvenuti il 2 giugno 2018: Soumaila si trovava sul tetto di una fabbrica dismessa a San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, insieme ad altri suoi compagni. Pontoriero gli avrebbe sparato un colpo di fucile in testa.

Pontoriero era stato sottoposto alla misura della custodia cautelare nel carcere di Castrovillari. Ma il 17 novembre il tribunale delle Libertà di Catanzaro ha accolto l’appello dei difensori, concedendo all’uomo la misura della detenzione domiciliare col braccialetto elettronico. Secondo i giudici le esigenze cautelari permangono, ma l’incensuratezza dell’uomo e l’attenuazione del pericolo di recidiva hanno giustificato un mitigamento della misura.

Si assiste ad un paradosso: una condanna e, contestualmente l’uscita dal carcere del condannato. C’è da dire che l’attenuazione della misura cautelare non scalfisce la verità processuale che emerge dalla pronuncia di primo grado. «La sentenza ha accolto appieno la tesi dell’omicidio volontario, che era quello che ci interessava», dice Giuseppe Marra, sindacalista del coordinamento agricolo USB che conosce bene la realtà di San Ferdinando e conosceva Soumaila Sacko.

«Certo siamo rimasti sorpresi per la notizia della scarcerazione. Come sindacato siamo parte civile nel processo e, in merito all’appello dei difensori non abbiamo potuto fare granché, se non chiedere delle verifiche alla Procura». Si è trattato di una sfortunata coincidenza di tempi, ma «la condanna della corte d’Assise è arrivata; questo è l’importante». In merito all’appello che i difensori di Pontoriero vorrebbero proporre, Giuseppe Marra è fiducioso, anche per la robustezza dell’impianto accusatorio. Infatti Madihieri Drame, che era con Soumaila Sacko al momento del fatto, ha sin da subito aiutato gli inquirenti nell’identificazione di Pontoriero ed è stato un testimone prezioso nel processo.

Soumaila Sacko, bracciante ed attivista dell’USB. Fonte immagine: usb.it

Soumaila Sacko viveva nella baraccopoli di San Ferdinando, che insieme a Rosarno e Taurianova compone l’area della piana di Gioia Tauro dove ancora oggi i braccianti agricoli stagionali vivono in una condizione di precarietà a vari livelli: igienico-sanitario, economico, abitativo. L’emergenza coronavirus ha contribuito ad aggravare lo stato di cose. «Sia il campo container di Rosarno che la tendopoli di San Ferdinando erano state dichiarate zone rosse, con tutti i problemi che ne conseguono», ha detto Giuseppe Marra.

«I braccianti lavorano in nero, non hanno le giornate registrate. Quindi se sono bloccati in un posto senza possibilità di uscirne non possono chiedere contributi né un permesso per malattia». Proprio la situazione di reclusione in questi centri ha dato luogo, tra settembre e ottobre, a diverse proteste dei braccianti, con sassaiole contro i presidi della polizia. Una volta riaperti i campi di Rosarno e San Ferdinando a ottobre «i braccianti non sono stati sottoposti a tampone; non c’è stato alcun controllo sanitario».

Per quanto riguarda le condizioni lavorative, Marra ha sottolineato che «le presenze si sono ridotte; c’è difficoltà a spostarsi e le condizioni di lavoro sono pessime, sia a livello economico che abitativo». La precarietà abitativa infatti è peggiorata dopo lo sgombero della baraccopoli di San Ferdinando del marzo 2019, voluta dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Tuttavia la struttura, secondo Marra, «rappresentava un punto di riferimento e un riparo per i braccianti; oggi possono radunarsi nei tre “ghetti” grossi di Rosarno, San Ferdinando e Taurianova, ma molti di loro sono sparsi nella miriade di casolari della piana, che sono diventati delle abitazioni di fortuna». Questo rende problematico l’intervento dell’USB: «siamo costretti ad andare a cercare i braccianti per i campi; è diventato più difficile sia censirli che provare a dargli una mano».

Un altro tema è lo sfruttamento più o meno diretto dei braccianti. In particolare se da un lato anche nella Piana è ancora presente il caporalato, dall’altro c’è il problema degli abusi della grande distribuzione organizzata (gdo). Quest’ultima, imponendo prezzi ai prodotti inferiori rispetto ai costi per produrli, porta ad un abbassamento delle paghe dei braccianti, favorendo le zone grigie di intermediazione dei caporali.

Il problema, dice Giuseppe Marra, «è che se non si riesce ad incidere sul monopolio della gdo non riusciamo materialmente a garantire un giusto costo del lavoro, e quindi nemmeno ad impedire le pratiche dei caporali». Del resto, prosegue Marra «come fa un’azienda a garantire uno stipendio dignitoso al lavoratore quando il prezzo che viene praticato ai prodotti non copre le spese di produzione?».

Peraltro, molto spesso vengono considerati “caporali” persone che non c’entrano nulla: gli stessi braccianti. «Abbiamo assistito ad arresti e denunce di braccianti che sono stati accusati solo per un “passaparola”, per aver portato altre persone a lavorare oppure perché si facevano pagare la benzina per il trasporto».