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Conoscere i nostri luoghi per decolonizzare lo sguardo

Editoriale

Quello che sta succedendo in questi giorni negli Stati Uniti ha sollevato un dibattito sul razzismo in Italia e sulla questione dei monumenti ad esso connessi. Un discorso che negli ultimi anni si è spesso legato alla necessità di decolonizzare i luoghi e, quindi, le menti da un passato coloniale rimosso.

Sono tanti, infatti, gli spazi pubblici sulla penisola che richiamano al passato coloniale dell’Italia. Eppure manca sempre un’elaborazione critica, se non addirittura una conoscenza reale di quello a cui questi spazi si riferiscono. È questo il segno di una memoria che non c’è e che, anzi, viene costantemente obliata.

Quali sono i luoghi della memoria coloniale in Italia

Se per i luoghi collegati al fascismo c’è una sorta di consapevolezza della loro storia, nel caso di quelli legati al colonialismo essi continuano a esistere senza che vi sia alcun discorso pubblico legato alla loro storia e memoria.

È una «memoria negata», come ribadisce più volte Igiaba Scego, scrittrice italo-somala e autrice del libro “Roma Negata. Percorsi postcoloniali nella città”. Sono luoghi che ci circondano, spesso centrali, attraversati da migliaia di persone ogni giorno. E che pure rimangono lì, nella loro contraddizione, simboleggiando un passato razzista mai decostruito.

Uno dei più famosi è il Monumento dei Caduti a Dogali, tra la stazione Termini e piazza della Repubblica a Roma. Il monumento è stato edificato nel 1887 ed è dedicato ai cinquecento uomini italiani morti nella battaglia di Dogali, in Eritrea, durante le prime fasi di espansione del colonialismo italiano.

Monumento dei Caduti a Dogali (Roma)

La battaglia fu disastrosa, anche perché «gli ufficiali sottovalutarono di fatto il nemico, in quanto africano», come scrive Igiaba Scego su Internazionale, «Un ammasso di errori di strategia, di pressappochismo, di arroganza e di pensiero razzista portarono a un eccidio».

La vicina piazza dei Cinquecento è anch’essa dedicata agli stessi soldati italiani. E allo stesso modo del Monumento dei Caduti a Dogali richiama e onora un passato che di fatto è costituito da sangue, sopraffazione e violenze.

Più recente è la costruzione ad Affile del memoriale dedicato a Rodolfo Graziani, inaugurato nel 2012. Rodolfo Graziani era un generale italiano, diventato governatore della Libia negli anni ‘30 e comandante nella campagna d’Etiopia. Una campagna durante la quale vennero usati gas tossici per reprimere la resistenza degli etiopi e compiute stragi durante le quali vennero uccisi migliaia di civili (come nella strage di Addis Abeba).

Memoriale a Rodolfo Giuliani (Affile)

E ancora il Cinema Impero, che ha un richiamo ben preciso nel nome e che oggi si trova in uno dei quartieri più multiculturali di Roma, Torpignattara; la via dedicata al cappellano delle camice nere Reginaldo Giuliani a Bolzano; il Monumento ai Caduti d’Africa a Siracusa. E così tanti altri.

Conoscere per decolonizzare

Analizzare nuovamente un passato che è stato rimosso serve al presente, non è una mera operazione storiografica: «Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo», diceva George Santayana. Ed è questo il motivo per cui è necessario conoscere i nostri luoghi, criticarli e decostruirli.

Tutt’oggi, infatti, il mito degli “italiani brava gente” è duro a morire. Questo ignorare il nostro passato coloniale ha significato due cose. Da un lato dimenticare che c’è un razzismo strutturale che non viene affrontato e che dunque si ripropone nel nostro presente. Dall’altro negare il rapporto con l’altro, ovvero con quelle persone che dalle ex colonie italiane provengono e che si sentono legate all’Italia ma che, una volta arrivate qui, si vedono disconosciute e rifiutate.

Per questo è importante conoscere per decolonizzare i luoghi e, dunque, il nostro sguardo.

Il passo successivo è capire cosa farne di quei luoghi e come far sì che quella sia una memoria costruttiva e non nostalgica. Una regola che vale per molte strade d’Italia, troppo spesso intitolate a generali e uomini legati a storie di guerre, razzismo e sessismo.

Non è un caso che vi siano associazioni come Toponomastica Femminile che pretendono l’intitolazione di strade, piazze e monumenti a donne, le grandi assenti dalle vie. Incidere sullo spazio pubblico significa lavorare anche sull’immaginario di chi lo vive e lo attraversa ogni giorno.

Che differenza farebbe avere più luoghi che rimandano a partigiane e meno a comandanti e generali? Oppure ristabilire spazi che ricordano l’incontro fra le culture, nella memoria di chi per questo si è impegnato, piuttosto che la violenza del colonialismo?

Questo cambiamento non può che andare di pari passo con una profonda analisi del passato, una riscoperta critica di ciò che è stato. La finalità è sempre la stessa: agire sul nostro presente. In meglio.