Cosa ci aspetta…

Editoriale

La pandemia con tutto l’arsenale di iniziative, anche illiberali,  ha consumato le ultime speranze sul ravvedimento etico dei decisori strategici pubblici e privati.

Cambiamenti

Dal “niente non sarà più come prima” si è passati al “tutto sarà come prima se non peggio”. Cambieranno le forme e tempi delle relazioni interpersonali, mentre il nerbo biopolitico su cui si fonda l’odierna società capitalistica, resta solidamente impiantato con al centro la produzione e consumo di merci – parfrasando Marx il mondo rimane un’immane raccolta di merci –  ed il controllo esteso dei cittadini grazie a ideologie funzionali allo sfruttamento capitalistico.

Il 2020 ha consumato l’idea di un futuro solidale ed inclusivo e con essa ipotesi di sviluppo ecocompatibile.

Anche gli organismi sovranazionali non se la passano tanto bene a vedere con quanta fatica fanno avanzare proposte poco poco attraversate da spirito solidale, perché ostaggio degli stessi regolamenti “garantisti” pensati per non spaventare i leader sovranisti più recalcitranti – basta il “no” di un solo governo per bloccare ogni iniziativa politica.

Se non vogliamo cedere a visioni catastrofistiche, da ipocondriaco depresso, dobbiamo acquisire un orizzonte capace di includere, oltre la fluttuante massa grigia, quei lampi di luce che, sparsi per il mondo, inducono a ben sperare …

Papa Francesco

Intanto mentre la sinistra istituzionalista planetaria arranca, la Chiesa di Papa Francesco annuncia, con The Economy of Francesco, che sta lavorando/pensando ad un piano strategico universale da proporre urbi et orbi. Pare che la cosa non turbi più di tanto il fronte laico che in piena orgia governamentale si prepara alle prossime elezioni convinta che ha rassicurato le truppe proprietarie garantendo le compatibilità delle scelte finanziarie con gli interessi della classe e delle caste.

Anche se Francesco è un nome che mette a disagio persino i cattolici più reazionari, confidiamo nei mivimenti di opposizione sempre mobilitati a dar vita, qui e là, a momenti di ribellione miranti ad estendere pratiche di boicottaggio verso manovre speculative di più diversa natura.

Dalle lotte contro la gentrificazione nelle metropoli occidentali, dall’opposizione alle operazioni estrattivistiche in America Latina e nel sud del mondo. Dalle mobilitazioni sul fronte dei flussi migratori dei nuovi frontalieri (i passeur) della solidarietà la ribellione e le pratiche di boicottaggio organizzano, sul filo della legge le pratiche, iniziative contro i respingimenti e i blocchi delle frontiere: sull’esempio delle pratiche di attraversamento della frontiera con il Messico, si sta formando un reticolo di percorsi solidali sotterranei.

Under ground railroad

E’ la “under-ground railroad”  «una rete di passaggi, snodi e alleanze oltre la linea del colore – di “incroci” e “agenti”, “stazioni” e “conduttori” – che ha permesso a decine di migliaia di donne e uomini neri di liberarsi dal giogo della schiavitù, scappando  dal lavoro coatto cui erano confinate/i, lasciandosi alle spalle  i cacciatori di taglie e sottraendosi alle leggi sui fuggiaschi che  nel Nord “libero” avrebbero voluto riconsegnarle/i ai vecchi  padroni» (dall’introduzione a Under ground Europe – lungo le rotte dei migranti di Luca Queirolo Palmas e Federico Rahola, ed. Meltemi).

Un fiorire di iniziative e di movimenti che la pandemia ha costretto nella nebbia dell’informale. È la Vecchia Talpa che continua a scavare? L’idea ci conforta.

La Guerriera Felice

Come ci conforta – con tanta circospezione va aggiunto – la dichiarazione, in piena campagna elettorale, di Kamala Harris che s’è definita, presentandosi all’elettorato democratico una  “Guerriera felice”. Cosa che fa pensare al diffondersi anche negli USA di una voglia di liberazione e gioia.

Gioia per la ritrovata capacità di impegno e di lotta per la difesa dei beni comuni di ingenti masse di cittadini non più solo elettori. Guerriera felice, è una definizione che evoca tensioni di solidarietà e di impegno civile prefigurante.

È il segno di una riapertura dei processi partecipativi avvertita come necessità anche nei cieli alti della politica americana. Non ci fidiamo delle voci che vengono dal centro dell’Impero che Trump stava prefigurando come la Morte Nera. Di certo tra le masse suburbane delle metropoli si sente forte il bisogno del mai vecchio eroe del cambiamento: il militante.

Vale la pena di chiudere con una lunga citazione dall’editoriale del blog DerivaeApprodi.org:

«Il militante non strologa nel futuro, non è un ciarlatano. È un profeta! Vede quello che gli altri non vedono, dice quelli che gli altri non osano sentire, si immerge sotto la superficie dell’acqua per provocare la marea. Come Jakob «il bugiardo», racconta il possibile per produrlo. Il militante non ignora la realtà. Al contrario. La combatte. Non ha speranza, perché è dentro la realtà. Non si fa catturare dalla realtà, perché ha la capacità di sognare. E non si perde nei sogni, perché organizza il che fare.

…  Crisi, si sa, ha un doppio significato: rischio e possibilità. Per i greci, indicava la fase decisiva di una malattia. Gli spazi di mediazione si asciugano, ogni errore può costare caro, ogni mossa azzeccata può salvare la vita. Ovvero, può produrre una nuova vita. L’unica che valga la pena di essere vissuta. Quella di chi non accetta la sopravvivenza che ci è stata imposta.»