Ripensare la figura del migrante

Editoriale

Al di là delle manifestazioni più o meno truculente di razzismo, da tempo sentiamo la necessità di “aggiornare” la nostra visione del “migrante a partire dalla nostra redazione e dai collaboratori che a vario titolo ed occasione ci aiutano ad arricchire di contenuti questa nostra pubblicazione. E ne sentiamo il bisogno perché cominciamo a prendere atto che la visione solidaristica, pur importante, non è più sufficiente a dar ragione delle motivazioni che spingono centinaia di migliaia di cittadini del mondo ad affrontare i rischi, spesso mortali, di un esodo per tanti senza futuro.

Nel corso della storia moderna il “fenomeno” emigratorio intensificatosi con il formarsi degli Stati nazione è stato sempre affrontato in funzione delle esigenze economiche produttive.

Fino ad ora la politica migratoria dei paesi europei, tutti a capitalismo avanzato, ha prodotto specifiche azioni, analisi, regolamentazioni, produzione di leggi ad hoc attivando contestualmente misure di contrasto e di accoglienza nel vano tentativo di prevedere e controllare i “flussi migratori”.

Un piatto di spaghetti

Chi ha provato a tracciare una mappa di quei flussi con l’intento di capire le ragioni e motivazioni che animavano i migranti ha scoperto che dalle loro analisi venivano fuori diagrammi assimilabili a “piatti di spaghetti”  più che ordinate tracce di itinerari. Dalla loro interpretazione venivano fuori indicazioni di mete intrecciate a tappe che a loro volta s’intrecciavano con ipotetici ripensamenti di massa. Segni di un vagare senza meta, solo apparente, che a guardare con occhi mondati da ogni filtro ideologico, davano la dimensione umana di percorsi migranti sottoposti a variabili di ogni genere: mercato del lavoro, ragioni familiari, presenza di comunità di connazionali sedimentate nei territori, alleggerimento anche momentaneo dei controlli alle frontiere.

Sono condizioni e modalità che vanno sempre più intensificandosi. Le generazioni di migranti si succedono a generazioni che dalle esperienze precedenti raccolgono indicazioni ed esempi da emulare … diciamo buone pratiche. Non può certo stupire che dal mondo migrante, con sempre maggiore determinazione e nettezza, viene fuori una domanda politica a cui noi occidentali dobbiamo provare a dare una risposta.

Se fino a ieri il mondo senza frontiere che aleggiava nei sogni degli internazionalisti, raccontato nei concerti rock, oggi deve necessariamente incominciare ad uscire dal mondo delle speranze.

Il migrante non è più un soggetto passivo che dal nostro interesse umano e professionale attende solidarietà e contrasto alla povertà. Oggi si presenta a noi come persona che rivendica, come ci ricorda Sandro Mezzadra col suo intenso lavoro politico e teorico, a partire dalle riflessioni sul post colonialismo, il proprio ruolo di cittadino che è suo malgrado insieme emigrante ed immigrato.

La punta dell’iceberg

È una scoperta, anzi una riscoperta, solo in apparenza banale che ci svela, dietro il velo spesso equivoco del buonismo senza ratio, un cittadino/a, migliaia di cittadine/i provenienti da paesi stranieri, costrette/i a lasciare nella propria terra di origine, famiglia, affetti, ricordi … la propria storia insomma. Cittadine/i straniere/i che in quanto immigrate/i portano con se la propria storia passata e le proprie speranze di storia futura.

Ecco che come per incanto ritroviamo al nostro fianco le/i migranti non più quali semplici destinatari della nostra solidarietà ma quali portatrice/tori di bisogni articolati che sono insieme, cioè mai separati, relativi alla sussistenza fisica e relativi alla loro più generale condizione umana. Insomma in quanto persone detentrici di diritti umani consolidati anche negli ordinamenti extranazionali.

Appare pertanto ovvio che nel voler affrontare e risolvere la relazione con i migranti in termini di cittadinanza e di accoglienza con buone pratiche di solidarietà significa toccare solo la punta dell’iceberg.

Abbattere le frontiere

Per chi arriva nelle nostre terre il diritto di cittadinanza è una costrizione se limita la sua libertà di movimento. Abbattere le frontiere sarebbe la risposta ma sappiamo quanto è difficile per gli occidentali solo pensare di eliminare quelle barriere e quei confini che l’Europa ha inventato e che paiono essere per noi una seconda natura. Ci vuole tempo, ci raccontiamo, ma i processi migratori che stanno attraversando il nostro tempo e le nostre città, i migranti con cui stiamo imparando a convivere chiedono la libertà d’essere cittadine/i del mondo. Che è anche parte delle nostre più profonde speranze ed aspettative.

Il migrante, ricordiamolo soprattutto a noi, emigrante ed immigrato insieme, scappa da una situazione geopolitica e sociale che lo vede vittima di oppressioni e minacce di morte derivanti da situazioni ben più complesse della sola pura povertà. È stupidamente banale ripetere l’argomentazione sovranista e fascista “aiutiamoli a casa loro”.  L’Africa non è un continente povero. Se milioni di cittadine e cittadini sono costretti a vivere in povertà è perché pirati, avvoltoi, mercanti, capitalisti e militari sostenuti da un clero impietoso, di quelle terre hanno fatto strazio. Si sono impadroniti delle risorse naturali trasformando la vita di migliaia di persone, donne bambini e uomini in un inferno quotidiano.

Se è tempo di riscoprire e riscrivere la storia coloniale è anche tempo di riscoprire i cittadini emigranti ed insieme immigrati come soggetti politici che chiedono a noi occidentali di schierarci con loro per un mondo senza frontiere.

Ci aspettano tempi di impegno all’altezza della complessità delle questioni ma una cosa è certa: dalla riscoperta di quella complessità storica-politica-economica e sociale dobbiamo cogliere tutte le indicazioni, suggerimenti e suggestioni che ne possono venire. Per costruire insieme un mondo migliore.