Una nuova vita in Europa per i bambini rifugiati soli e senza una casa in Grecia

Nel Mondo
I cambiamenti legislativi introdotti in ​​Grecia e un programma di ricollocamento hanno aiutato centinaia di bambini rifugiati non accompagnati a lasciare la strada
Abed* aveva solo 11 anni quando ha lasciato i genitori e i fratelli in Iran per iniziare un lungo e pericoloso viaggio verso l’Europa.

La sua famiglia era fuggita dall’Afghanistan, il loro Paese di origine, in Iran, ma era senza un permesso di soggiorno e viveva nel costante timore di essere espulsa. Senza documenti, era impossibile accedere ai servizi di base come l’istruzione per Abed e i suoi fratelli.

Inizialmente, Abed ha viaggiato con uno zio. Camminavano dopo il tramonto e a un certo punto sono stati costretti a fuggire per mettersi in salvo, sottraendosi agli spari e alla detenzione. Quando sono finalmente arrivati ​​in Turchia, hanno trascorso mesi in condizioni di sovraffollamento alla mercé dei trafficanti.

Ci sono voluti quattro tentativi per attraversare con successo l’Egeo dalla Turchia alla Grecia.

“Abbiamo dovuto prendere una barca dalla Turchia con 40 persone”

“È stato spaventoso”

ricorda Abed

Nel 2019 Abed è finalmente arrivato sull’isola di Lesbo. A quel punto, lo zio l’ha abbandonato a sé stesso e Abed è diventato uno degli oltre 1.000 minori richiedenti asilo non accompagnati che erano presenti in Grecia all’epoca e che erano senza una casa o vivevano da soli nei campi rifugiati in condizioni precarie.

Non essendo registrati e al di fuori del sistema ufficiale, molti di loro raccoglievano frutta o vendevano sigarette contraffatte per sopravvivere. Altri hanno subito sfruttamento sessuale o altre forme di abuso, mentre molti sono stati detenuti dalle autorità.

A fine 2020, a seguito di un’intensa attività di advocacy da parte dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), il governo greco ha introdotto una nuova legge che ha posto fine alla detenzione dei minori non accompagnati solo sulla base del fatto di non avere una casa, a cui ha fatto seguito, nel gennaio di quest’anno, l’introduzione di un Meccanismo di risposta alle emergenze che offre supporto e una rete di sicurezza a bambini e a bambine. La maggior parte di loro ora è ospitata in rifugi ufficiali.

Dopo circa due mesi a Lesbo, Abed è partito per la Grecia continentale dove si è ritrovato solo e senza essere registrato in un campo nel nord della Grecia. Dopo diversi mesi, una ONG lo ha trovato e lo ha indirizzato all’UNHCR che, a fine 2020, ha effettuato una valutazione delle sue esigenze e ne ha raccomandato il trasferimento.

Il ricollocamento volontario è uno strumento mirato ad aiutare Paesi come la Grecia a far fronte all’arrivo di un gran numero di richiedenti asilo, e prevede il trasferimento di alcuni di loro in altri Stati disposti a condividere la responsabilità. L’attuale programma, istituito nella primavera del 2020, è gestito dal Ministero greco per la migrazione e l’asilo, e sostenuto con finanziamenti dell’Unione Europea. Attraverso la collaborazione tra l’UNHCR, le ONG partner, l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (EASO), l’OIM e l’UNICEF, mira a ricollocare circa 5.200 richiedenti asilo e rifugiati vulnerabili, tra cui fino a 1.600 bambini non accompagnati, bambini con patologie mediche e le loro famiglie.

A fine novembre, erano oltre 4.480 le persone ricollocate dalla Grecia in 14 Paesi europei, tra cui oltre 1.065 minori non accompagnati.

“Senza il programma di ricollocamento, tutti i progressi fatti [a favore dei minori non accompagnati] non sarebbero stati possibili”

afferma Irene Agapidaki, Segretario speciale per la protezione dei minori non accompagnati in Grecia.

“È parte integrante dell’ecosistema di protezione dell’infanzia nei Paesi in prima linea. Prima avevamo circa 5.500 minori non accompagnati ed era una sfida enorme”.

L’UNHCR ha lavorato duramente per garantire che i bambini senza una casa venissero inclusi nel programma di ricollocamento e decine di loro sono già stati trasferiti in Paesi europei.

Alla fine di luglio, più di due anni dopo aver lasciato la sua famiglia, Abed, ora 13enne, è atterrato a Dublino, in Irlanda.

“Quando mi hanno detto che mi sarei trasferito in Irlanda, non ci credevo. Pensavo stessero mentendo, era meraviglioso” afferma.

All’aeroporto è stato accolto dagli assistenti sociali della TUSLA, l’Agenzia statale irlandese per l’infanzia e la famiglia. Thomas Dunning, responsabile dei servizi sociali di TULSA, sta ora lavorando per garantire ad Abed un inserimento sereno in Irlanda.

Vado a scuola tutti i giorni … ho una stanza tutta mia!”

“A causa delle vulnerabilità di Abed, gli abbiamo consigliato di andare in una struttura di accoglienza per minori, dove può ricevere cure e attenzioni 24 ore su 24 e il sostegno all’integrazione di cui ha bisogno, prima di essere affidato a una famiglia” spiega.

“Vado a scuola tutti i giorni, mangio bene, ho buoni educatori, ho una stanza tutta mia!”

dice Abed

Presto sarà raggiunto da due amici, altri due minori non accompagnati con cui ha condiviso la stanza per un breve periodo in Grecia.

Sebbene in Grecia siano stati compiuti progressi significativi nell’affrontare la difficile situazione dei minori rifugiati non accompagnati, Theodora Tsovili, Responsabile UNHCR per la protezione dei minori, sottolinea come il programma di ricollocamento rimane uno schema governativo ad hoc che dipende dalla volontà politica di altri Stati membri dell’UE.

“L’UNHCR si sta adoperando affinché gli Stati membri offrano maggiori opportunità di ricollocamento attraverso programmi pluriennali regolarmente finanziati, che permetterebbero ai bambini non accompagnati più vulnerabili di continuare a beneficiarne”

Una volta che Abed avrà ottenuto ufficialmente lo status di rifugiato in Irlanda, potrà chiedere di riunirsi alla sua famiglia, anche se il ricongiungimento familiare è un processo lungo e complicato. A ottobre, l’UNHCR ha esortato gli Stati ad accelerare le procedure di ricongiungimento familiare per i rifugiati afghani come Abed a causa del deterioramento della situazione umanitaria in Afghanistan.

Per ora, è felice dell’arrivo dei suoi amici.

“Non penso troppo al futuro. Sarebbe davvero bello se la mia famiglia potesse venire… e io voglio giocare a pallavolo!”

*I nomi sono stai cambiati per tutelare le persone coinvolte

[Tratto da UNHCR Italia]